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Coloro che mi hanno abitato

Qualche giorno fa mi è capitato di riflettere sul titolo di questo libro pubblicato di recente e, naturalmente, ho pensato ai miei pazienti..

Coloro che mi hanno abitata sono le persone che, in questi anni, sono entrate nella mia stanza di terapia, si sono sedute davanti a me e mi hanno consegnato pezzi delle loro vite..

Ognuna di loro mi ha abitata e ciascuna in un modo diverso..

Restano certe frasi..

I silenzi..

Quel modo particolare di abbassare gli occhi quando si parla di qualcosa che fa troppo male..

Resta quella voce sentita per mesi che continua a dire “non ce la faccio” e poi, un giorno, diventare “ho fatto cose che credevo fossero impossibili”..

Rimane quella sensazione di angoscia al solo pensiero di essere abbandonati o la convinzione di non essere mai abbastanza..

Restano quelle persone che arrivano dicendo di non sapere cosa vogliono e, seduta dopo seduta, cominciano finalmente a riconoscersi.

E restano anche quelle che non ce l’hanno fatta come avremmo voluto o che hanno interrotto..

Resta chi è andato via arrabbiato o coloro che hanno scelto un’altra strada..

Quelli per cui, qualche volta, ci siamo chiesti se avremmo potuto fare qualcosa di diverso.

E in fondo, questo lavoro ha una cosa che raramente si racconta: I pazienti cambiano, ma mentre li accompagniamo a cambiare, qualcosa cambia anche dentro di noi terapeuti..

E magari non succede in modo evidente.. a volte ce ne accorgiamo mesi dopo quando ascoltiamo una persona e riconosciamo una sofferenza che prima non sapevamo nemmeno nominare.

O quando una frase che abbiamo sentito cento volte assume improvvisamente un significato diverso.

Ce ne accorgiamo quando ci troviamo davanti qualcuno che ha la stessa paura di un paziente seguito anni prima e realizziamo che oggi sappiamo starci dentro in un modo nuovo.

Perché ogni persona che ho incontrato ha aggiunto qualcosa di nuovo alla mia esperienza.

Mi ha insegnato una forma diversa di dolore, di resistenza o di amore.

Ho imparato che alcune persone hanno bisogno di essere spinte e altre di essere fermate..

Che con qualcuno bisogna parlare molto e con qualcun altro, imparare a tollerare il silenzio.

Ho imparato che non sempre la cosa più terapeutica è trovare la parola giusta.. a volte basta semplicemente stare lì con loro..

Essere abitati non significa trattenere..

Significa lasciare che qualcuno attraversi uno spazio della tua vita e che, attraversandolo, lasci una traccia.

Certo, non posso ricordare tutti i dettagli di tutte le persone che ho incontrato ma mi sono rimaste addosso le sensazioni, le immagini, le conquiste e le cadute ma soprattutto ricordo la meraviglia di vedere qualcuno arrivare convinto di essere destinato a rimanere per sempre nello stesso punto e, lentamente, cominciare a muoversi.

Questa, forse, è una delle cose che amo di più del mio lavoro: essere testimone di cambiamenti che spesso, all’inizio, la persona non riesce nemmeno ad immaginare..

E poi arriva il momento in cui la terapia finisce… persone che per mesi, magari per anni, hanno avuto uno spazio preciso nella mia settimana, non ci sono più.

Quello spazio resta vuoto o viene sostituito da altri.. la stanza è la stessa.. Io sono la stessa eppure qualcosa è diverso.

Perché quella persona, mentre cercava di rimettere insieme la propria vita, ha lasciato qualcosa nella mia..

E allora, forse, fare la psicoterapeuta significa anche questo: essere attraversata senza essere invasa.. significa accogliere senza trattenere o affezionarsi senza possedere..

Significa lasciare andare senza cancellare e continuare a fare questo lavoro sapendo che, ogni volta che qualcuno entra nella mia stanza, porta con sé un mondo che non sarà mai completamente mio ma che, per un pezzo di strada, avrò avuto il privilegio di abitare insieme a lui.

E forse, alla fine, non sono soltanto i pazienti a uscire cambiati dalla stanza..

Forse ne usciamo cambiati anche noi..

Un po’ alla volta e una persona alla volta, abitati dalle storie che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare.